In un video dai toni drammatici pubblicato sui social sabato (25 aprile), Viktor Orbán ha annunciato che non prenderà posto nel Parlamento ungherese, ponendo fine a una presenza ininterrotta di 36 anni come deputato, iniziata con le prime elezioni libere dopo il comunismo.

La decisione arriva appena due settimane dopo la storica sconfitta elettorale del suo partito Fidesz, travolto il 12 aprile dal partito Tisza guidato da Péter Magyar, e coincide con crescenti segnalazioni secondo cui oligarchi legati a Orbán starebbero trasferendo all’estero decine di miliardi di fiorini prima che il nuovo governo possa intervenire.

Orbán, che ha ricoperto la carica di primo ministro per 16 anni fino alle elezioni, ha presentato la scelta come una svolta strategica più che una ritirata. “Il nostro compito ora non è in Parlamento”, ha dichiarato. Si concentrerà invece sulla “riorganizzazione” del “campo nazionale” – la sua definizione dell’area nazionalista – includendo una profonda ristrutturazione del gruppo parlamentare di Fidesz e un congresso anticipato del partito a giugno. Per il momento resterà leader del partito, ma figure di primo piano come Gergely Gulyás e Zsolt Semjén stanno anch’esse facendo un passo indietro.

L’annuncio è stato subito collegato dal giornalista investigativo Szabolcs Panyi alle sue precedenti rivelazioni secondo cui Orbán starebbe pianificando un lungo soggiorno negli Stati Uniti quest’estate. La figlia Ráhel Orbán e il genero István Tiborcz – figure chiave nella rete economica familiare – vivono già negli USA. Secondo Panyi, la tempistica solleva interrogativi sulla possibilità che l’ex premier stia cercando un rifugio di lungo periodo da eventuali procedimenti giudiziari una volta persa l’immunità parlamentare.

Oligarchi in fuga: miliardi trasferiti verso Emirati, Stati Uniti e oltre

L’annuncio ha amplificato le preoccupazioni su un più ampio esodo di capitali legati al regime uscente. Nello stesso giorno, il premier designato Péter Magyar ha accusato pubblicamente oligarchi vicini a Orbán di “trasferire decine di miliardi di fiorini” verso gli Emirati, gli USA, l’Uruguay e altre giurisdizioni dove l’estradizione potrebbe risultare difficile.

Magyar ha affermato che l’amministrazione fiscale ungherese ha già bloccato diverse operazioni di alto valore legate all’entourage di Antal Rogán, sospettate di riciclaggio. Ha inoltre invitato le autorità a congelare immediatamente i fondi e sollecitato magistratura e polizia a non permettere che “i criminali che hanno causato danni per migliaia di miliardi di fiorini al popolo ungherese” fuggano prima dell’insediamento del governo Tisza.

Indagini indipendenti confermano la portata del fenomeno. Secondo diverse fonti vicine al governo citate da VSquare.org, oligarchi e insider del regime starebbero utilizzando jet privati per trasferire contanti e beni di valore verso il Medio Oriente. Un esponente di primo piano avrebbe inviato o investito centinaia di miliardi di fiorini in Arabia Saudita. Altre destinazioni includono Singapore e Hong Kong.

I media ungheresi riportano inoltre che asset riconducibili a Ádám Matolcsy – figlio dell’ex governatore della banca centrale György Matolcsy – sarebbero stati trasferiti a Dubai. Diverse famiglie di oligarchi avrebbero ritirato i figli da scuola e organizzato sicurezza privata in vista della partenza. Anche la potente famiglia Lőrinc Mészáros sarebbe pronta a trasferirsi a breve negli Emirati.

Magyar ha inoltre messo in guardia gli investitori dall’acquistare media o altri asset venduti a prezzi inferiori al mercato da figure legate al regime. Ha citato in particolare l’emittente TV2 e la società Lounge Event Kft., avvertendo che eventuali acquirenti potrebbero essere oggetto di indagini da parte del futuro Ufficio nazionale per il recupero e la protezione degli asset.

La fine di un’era – e il nodo della responsabilità

L’uscita di Orbán dal Parlamento segna simbolicamente la fine di un’epoca. Il governo di Péter Magyar, atteso all’inizio di maggio, ha promesso riforme profonde: adesione alla Procura europea, introduzione di un limite di due mandati per il primo ministro  – con effetto retroattivo – e recupero degli asset in quello che i critici definiscono un sistema di cattura dello Stato. Queste misure potrebbero sbloccare miliardi di fondi europei congelati e riallineare l’Ungheria a Bruxelles e alla NATO.

I mercati hanno finora reagito positivamente alla prospettiva di una riconciliazione con l’Unione e di maggiore stabilità, ma la corsa a trasferire capitali all’estero evidenzia la profondità degli intrecci economici lasciati in eredità.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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